top of page

Il paradosso dell'incontro: perché cercare un partner a Milano sembra un secondo lavoro?

  • margheritahassan
  • 29 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Milano è la città delle opportunità, dell'efficienza e dell'ottimizzazione. Siamo abituati a programmare tutto: il tragitto verso l’ufficio, la spesa online, la scalata professionale. Non sorprende che, quasi senza accorgercene, abbiamo applicato la stessa logica anche alle relazioni. Le app di dating sono diventate il nostro "ufficio acquisti emotivo", dove filtriamo i potenziali partner nell'illusione che l'amore sia una questione di incastri tecnici tra profili ben compilati.

Eppure, per chi vive qui nella fascia tra i 25 e i 40 anni, questa iper-scelta ha prodotto un effetto collaterale silenzioso: una profonda siccità emotiva. Ci si ritrova a gestire una serie di "primi appuntamenti" che spesso lasciano addosso solo un senso di vuoto, stanchezza e la convinzione che la persona "giusta" semplicemente non esista.


Il peso del "Marketing di se stessi"

Viviamo in quella che i sociologi definiscono "modernità liquida", dove la possibilità di accesso a partner potenzialmente infiniti genera l'illusione che la perfezione sia a portata di swipe. In psicologia cognitiva, questo attiva il meccanismo del Maximizing: la tendenza a non accontentarsi di un incontro positivo, ma a restare in una costante ricerca del "meglio assoluto". Questo pensiero congela la possibilità di approfondire. Ci impedisce di vedere l'altro per ciò che è — un essere umano complesso, ferito e meraviglioso nella sua imperfezione — per guardarlo solo come un tassello che deve, o non deve, completare il nostro puzzle.

Questo trasforma l'altro in un insieme di attributi da valutare (carriera, stile di vita, estetica) e noi stessi in un profilo da ottimizzare. 

Il risultato è un’ansia da prestazione costante: dobbiamo essere interessanti ma non disperati, brillanti ma non troppo intensi. Siamo diventati bravissimi a monitorare la nostra immagine, ma abbiamo smesso di ascoltare i nostri bisogni.


Il caso dei "47 hobby": quando l'ottimizzazione diventa estrema

A conferma di quanto sia estenuante questa ricerca "scientifica" del partner, è diventato virale il racconto del comico Matt Bell, che dopo anni di fallimenti sulle app ha deciso di applicare la logica dell'efficienza alla vita reale. Si è chiesto: “Se le app non funzionano, come posso massimizzare le probabilità di incontro?”. La sua risposta è stata un esperimento titanico: provare 47 hobby diversi in un anno — dalla tassidermia alla danza, fino a correre una maratona — con l'unico scopo di incontrare l'uomo dei suoi sogni.

Il risultato? Bell si è ritrovato al 28° chilometro di una maratona a capire di odiare profondamente la corsa, rendendosi conto di aver passato mesi a "performare" passioni non sue nel tentativo di apparire nel posto giusto al momento giusto. La sua storia è il paradosso perfetto della nostra epoca: dopo 47 tentativi, Bell non ha trovato un fidanzato, ma ha trovato qualcosa di più prezioso: la consapevolezza che trattare la ricerca dell’amore come un secondo lavoro non fa che allontanarci dalla nostra autenticità. Ha smesso di cercare "l'incastro perfetto" e ha iniziato a coltivare ciò che lo rendeva felice, scoprendo che una vita piena è molto più attraente di un profilo (o di un hobby) costruito a tavolino.


"Arrivati al primo appuntamento... e poi?"

Il vero scoglio, tuttavia, non è più solo trovarsi, ma restare. Una volta seduti al tavolo per quel primo aperitivo, scattano spesso dinamiche di difesa profonde:

  • L’esame di ammissione: L'appuntamento si trasforma in un'intervista di lavoro mascherata. Si cerca di capire se l'altro "incastra" nei propri ritmi frenetici, perdendo di vista la connessione spontanea.

  • La vulnerabilità evitata: In un contesto competitivo come quello milanese, mostrare la propria fragilità è visto come un punto debole. Si preferisce mantenere una maschera di efficienza, impedendo la nascita di un’intimità reale.

  • La sindrome della "prossima opzione": Anche quando l'incontro è piacevole, un pensiero sottile ci accompagna: "E se ci fosse qualcuno di ancora più affine a me?". Questa incapacità di investire nel presente congela il rapporto allo stadio di conoscenza superficiale.


Gestire la frustrazione: dalla performance alla connessione

La fatica che provi dopo l’ennesimo ghosting o l'ennesima serata inconcludente non è mancanza di fortuna. È il segnale che il tuo Sistema di Ricerca (di novità e conferme) è in sovraccarico, mentre il tuo Sistema Calmante (quello legato alla sicurezza e all'appartenenza) è spento.

In un'ottica di Compassion Focused Therapy (CFT), è fondamentale capire che questa difficoltà non è una tua colpa, ma il risultato di un contesto sociale complesso e mercificato. Imparare a essere gentili con se stessi dopo un appuntamento deludente — invece di criticarsi o sentirsi "sbagliati" — è l'unico modo per non esaurire le proprie scorte emotive.


Il "Fattore Barbara": Disarmare l'ansia

L'esperienza di Matt Bell ci insegna che l'autenticità ha un effetto collaterale inaspettato: disarma l'ansia. Nel suo anno di "caccia all'uomo" attraverso 47 hobby, l'unico legame reale che ha stretto non è stato con un partner, ma con una donna di nome Barbara, conosciuta a una lezione di ballo. In quel legame non c'era "marketing di se stessi", non c'era l'obiettivo di capire se fosse "quello giusto". C'era solo presenza. È qui che risiede il cuore del paradosso: siamo così proiettati verso il risultato finale che ci neghiamo il piacere della scoperta. Bell ha concluso il suo esperimento senza un fidanzato, ma con una vita più ricca, perché ha capito che l'autenticità non è uno strumento per attirare gli altri, ma l'unico modo per tornare ad abitare se stessi senza l'affanno della prestazione.


Una riflessione aperta

Forse la frustrazione che proviamo non è il segnale che siamo sbagliati o che non esiste nessuno per noi. Forse è solo il nostro modo di dirci che siamo stanchi di trattare gli incontri come provini e noi stessi come prodotti da esposizione.

Il primo passo per ritrovare una connessione reale non è cambiare app o ottimizzare il profilo, ma iniziare a chiedersi cosa succederebbe se, la prossima volta che ci sediamo davanti a uno sconosciuto, rinunciassimo all'idea di dover "trovare quello giusto" a tutti i costi. Forse la vera rivoluzione è concedersi semplicemente il lusso di essere, finalmente, autentici. Senza filtri, senza performance e, soprattutto, senza fretta.




Commenti


bottom of page