Quando dormire non è solo stanchezza, ma il bisogno di “spegnere la testa”
- margheritahassan
- 7 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Svegliarsi la mattina, guardare il soffitto e sentire un peso al petto così denso da spingerci a tirare di nuovo le coperte fin sopra la testa. Oppure provare una sonnolenza improvvisa, insostenibile e improvvisamente urgente a metà pomeriggio, proprio mentre dovremmo prendere una decisione difficile, gestire un conflitto o affrontare un momento di ansia.
A tutti è capitato, almeno una volta, di rifugiarsi nel sonno per non pensare.
In quei momenti il sonno può non rispondere soltanto a un bisogno del corpo. Può diventare anche un modo per prendere temporaneamente distanza da ciò che stiamo vivendo: il letto smette, almeno per un momento, di essere soltanto un luogo di riposo e diventa un rifugio d'emergenza, un perimetro sicuro in cui il mondo esterno, con le sue richieste e la sua complessità, viene momentaneamente sospeso.
Ma cosa succede davvero dentro di noi quando usiamo il sonno come via di fuga?
La stanchezza della mente: quando abbiamo bisogno di “spegnere”
Quando diciamo “vado a dormire così non ci penso”, possiamo mettere in atto un meccanismo che in psicologia viene definito evitamento esperienziale.
Di fronte a un'emozione densa e complessa — che si tratti di ansia da prestazione, paura del futuro, senso di colpa o percezione di fallimento — possiamo sentire il bisogno di allontanarci da ciò che stiamo provando.
Se quel vissuto è particolarmente intenso e in quel momento ci sembra difficile da tollerare, il sonno può diventare una delle strategie attraverso cui ottenere una pausa.
Non si tratta necessariamente di una scelta consapevole. Non pensiamo: “Adesso evito questa emozione.” Più spesso succede qualcosa di molto più semplice: stare con quello che stiamo provando è faticoso e il nostro sistema cerca una via per ridurre quella pressione.
Il sonno, in questo senso, può diventare un vero e proprio interruttore temporaneo: interrompe il contatto con le richieste della situazione e ci permette, almeno per un po', di non dover pensare, decidere, rispondere o affrontare ciò che ci sta mettendo in difficoltà.
L'illusione della pausa e la trappola del sollievo
Il problema del sonno come anestesia non è il sonno in sé — che nel breve termine può persino offrire una tregua necessaria — ma ciò che può accadere quando diventa una modalità ricorrente per allontanarci da ciò che ci fa stare male.
Quando usiamo il sonno per evitare un'emozione o una situazione difficile, il problema non sparisce: rimane in attesa.
E soprattutto, il sollievo che proviamo può rinforzare questo comportamento.
Se ogni volta che l'ansia diventa troppo intensa mi metto a letto e dopo un po' sto meglio, il mio cervello impara qualcosa di molto semplice: allontanarmi da quella situazione funziona.
Si può creare così un circolo vizioso:
emozione difficile → bisogno di allontanarsene → sonno → sollievo immediato → maggiore probabilità di ricorrere nuovamente al sonno.
Nel tempo, questo può ridurre le occasioni in cui sperimentiamo di poter rimanere a contatto con un'emozione difficile e, allo stesso tempo, continuare a fare ciò che per noi è importante.
È qui che può diminuire anche il nostro senso di efficacia: non perché siamo diventati meno capaci, ma perché abbiamo avuto sempre meno occasioni per scoprire di poter affrontare quella situazione anche senza dover prima far sparire l'emozione.

Dal rifugio alla presenza: come fare il primo passo
Riconoscere che si sta usando il sonno per non pensare non deve diventare una colpa. Rifugiarsi sotto le coperte è una risposta umana, comprensibile, soprattutto quando ci sentiamo sovraccarichi.
E questo non significa che ogni volta che abbiamo voglia di dormire stiamo evitando qualcosa. Possiamo essere semplicemente stanchi, aver dormito poco o avere realmente bisogno di recuperare.
La domanda può essere piuttosto: “Che funzione sta avendo il sonno per me in questo momento?”
Il primo passo per uscire da questo automatismo non è sforzarsi di “essere forti” o buttarsi giù dal letto con la forza di volontà, ma portare chiarezza su ciò che sta accadendo:
Riconosci cosa c'è dietro il bisogno di dormire: Quando senti l'impulso improvviso di dormire di giorno o di non alzarti dal letto, chiediti con gentilezza: “Ho davvero bisogno di riposare, o sto cercando soprattutto di mettere in pausa qualcosa che sto pensando o provando?”
Dai un nome all'emozione: Spesso l'impulso di spegnere la testa nasce da un'emozione indistinta e caotica. Prova a identificarla: è ansia? È solitudine? È paura di sbagliare? È tristezza? Dare un nome a ciò che proviamo può rendere l'esperienza più comprensibile e meno indistinta.
Concediti una piccola pausa di tolleranza: Prima di rifugiarti nel sonno, quando è possibile, prova a rimanere a contatto con quella sensazione ancora per qualche minuto. Siediti, respira normalmente e osserva ciò che sta accadendo senza giudicarlo e senza cercare immediatamente di eliminarlo. L'obiettivo non è stare male più a lungo, ma fare una piccola esperienza diversa: posso provare questa emozione senza doverla necessariamente spegnere.
Naturalmente, avere voglia di dormire o di restare a letto quando stiamo attraversando un momento difficile non significa necessariamente che ci sia qualcosa che non va. A volte abbiamo semplicemente bisogno di riposare. Se però il bisogno di dormire diventa particolarmente forte, frequente o sembra essere diventato il modo principale con cui riesci a prendere distanza da ciò che stai vivendo, forse vale la pena fermarsi ad ascoltare cosa c'è dietro. Non per giudicare questa risposta o costringerti a cambiarla, ma per capire se, oltre alla stanchezza, c'è una difficoltà psicologica che sta chiedendo attenzione. E questo è qualcosa che possiamo esplorare insieme in terapia.



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