Perché faccio così fatica a riconoscere i miei successi?
Hai presente quella sensazione di aver raggiunto un traguardo importante – che sia un esame superato, un progetto chiuso con successo sul lavoro o un obiettivo personale complesso – e, invece di sentire un'ondata di soddisfazione, avvertire quasi subito un senso di vuoto? O magari pensare: "Sì, ma potevo fare di meglio", oppure "Ho avuto solo fortuna"?
Se ti capita spesso, sappi che non sei sola. Questa difficoltà a soffermarsi sui propri traguardi e a riconoscerne il valore non è necessariamente una questione di carattere o di falsa modestia. Può essere il risultato di alcuni meccanismi psicologici, spesso legati alle aspettative che abbiamo imparato a rivolgere a noi stessi e a un livello di autocritica che finiamo per considerare normale, ma che in realtà può diventare molto faticoso.
Ma perché la mente fa così tanta fatica a dire "brava" a se stessa? E, soprattutto, come si può iniziare a invertire la rotta?
Il pregiudizio della negatività e il pilota automatico della sopravvivenza
Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello non si è sviluppato soltanto per farci vivere esperienze piacevoli, ma anche – e soprattutto – per permetterci di riconoscere i pericoli e proteggerci dalle minacce.
Per i nostri antenati, prestare attenzione ai pericoli, agli errori e alle minacce era molto più utile alla sopravvivenza rispetto al celebrare un traguardo. Questo meccanismo, noto in psicologia come negativity bias (pregiudizio della negatività), porta la nostra attenzione a orientarsi più facilmente verso gli aspetti negativi delle esperienze, gli errori e le possibili minacce, attribuendo loro spesso un peso maggiore rispetto agli aspetti positivi.
Quando guardi al tuo percorso, quindi, potresti ritrovarti a concentrarti automaticamente su ciò che è mancato, su quel dettaglio imperfetto o sull'ostacolo che avresti potuto superare meglio, finendo per mettere in secondo piano tutto il resto.

L'autocritica come scudo protettivo
Molte persone imparano, nel corso della propria storia, a considerare la severità verso se stesse una condizione necessaria per migliorarsi, rimanere concentrate ed evitare errori. Come se abbassare la guardia, riconoscersi un merito o concedersi soddisfazione potesse portare a diventare meno attente, meno capaci o addirittura presuntuose.
Dietro l'incapacità di riconoscere un successo si cela spesso anche una forma di protezione emotiva:
Prevenire la delusione: se sminuisci i tuoi meriti o pensi di non essere poi così brava, potresti cercare di proteggerti dall'ansia di dover mantenere quello stesso standard elevato in futuro.
Il timore del giudizio esterno: a volte temiamo che riconoscere apertamente il nostro valore o la nostra bravura possa apparire arrogante o presuntuoso agli occhi degli altri.
In questo senso, l'autocritica non è necessariamente soltanto una voce che ci svaluta: può diventare anche una strategia che utilizziamo per cercare di sentirci al sicuro, prevenire gli errori o evitare di esporci al giudizio.
La trappola del "Sì, ma..." e l'asticella sempre più in alto
Un altro grande ostacolo è l'assenza di un traguardo definitivo nella nostra percezione interna. Chi ha standard molto elevati tende a spostare l'asticella in avanti non appena taglia il traguardo.
Il ragionamento tipico è: "Ho raggiunto questo obiettivo, ma in fondo ci sono arrivati tutti" oppure "Ora viene la parte difficile, questo non conta". In questo modo, il successo viene immediatamente svalutato e trasformato in un nuovo punto di partenza, negandogli il valore di una meta raggiunta.
Quando siamo abituati a misurarci continuamente con standard elevati, anche il raggiungimento di un obiettivo può diventare un'occasione per attivare nuove richieste e nuove preoccupazioni.
In una prospettiva CFT (Compassion Focused Therapy), possiamo leggere questa difficoltà anche attraverso il funzionamento dei tre sistemi di regolazione emotiva: quello della minaccia, quello della ricerca di risorse e quello calmante.
Nelle persone molto autocritiche, il sistema della minaccia può essere particolarmente sensibile e attivarsi anche quando non c'è un pericolo concreto. Al contrario, il sistema calmante, associato a sensazioni di sicurezza, appagamento e tranquillità, può risultare meno accessibile.
È anche per questo che, dopo aver raggiunto un traguardo, alcune persone non riescono a fermarsi e a sentirsi soddisfatte: la mente è già proiettata verso ciò che manca, ciò che potrebbe andare storto o ciò che dovranno ancora dimostrare.
Questa dinamica può alimentare anche una più generale sensazione di inadeguatezza: quando ogni risultato viene ridimensionato e ogni successo sembra non essere mai abbastanza, diventa difficile costruire una percezione equilibrata del proprio valore. Ne parlo anche nell'articolo La sensazione di non essere abbastanza: da dove nasce e come si mantiene.
Come iniziare a riallenare lo sguardo (e il corpo) al riconoscimento
Riconoscere i propri successi non significa diventare vanitosi o sopravvalutarsi. Significa imparare a guardare con maggiore equilibrio a ciò che facciamo, senza lasciare che l'autocritica cancelli sistematicamente i nostri meriti. Significa anche concedersi la possibilità di sperimentare soddisfazione e appagamento, dando spazio al sistema calmante.
Ecco qualche piccolo passo per iniziare:
Sposta l'attenzione dai risultati agli sforzi: spesso misuriamo il successo solo in base al risultato finale (l'obiettivo raggiunto, il riconoscimento esterno). Prova invece a valorizzare anche il processo: la costanza, la perseveranza e la cura che hai messo nell'affrontare le difficoltà lungo la strada.
Rallenta prima di ripartire: quando raggiungi un traguardo, la tentazione è correre subito verso il prossimo impegno. Concediti invece una pausa – anche breve – per permettere al corpo e alla mente di registrare che quel capitolo è concluso.
Coltiva la compassione verso te stessa: prova a chiederti: "Se un'amica o una persona a cui tengo molto avesse fatto esattamente lo stesso percorso, cosa le direi?". Molto spesso riserveremmo agli altri parole di stima e comprensione, mentre a noi stesse riserviamo soltanto un giudizio severo.
Un piccolo esercizio per oggi
Prendi carta e penna e scrivi tre cose fatte negli ultimi mesi che, a pensarci bene, hanno richiesto energia, coraggio o competenza da parte tua. Possono essere traguardi importanti, ma anche piccoli gesti quotidiani.
Prova a soffermarti su ciascuna di esse, senza cercare subito quello che avresti potuto fare diversamente o gli aspetti che non sono andati come avresti voluto. Limitati a riconoscere ciò che hai fatto e l'impegno che hai messo nel farlo.
Poi rileggile, anche ad alta voce, e osserva che effetto ti fa concederti questo riconoscimento, anche se inizialmente può sembrarti poco naturale.
Quando l'autocritica non ti lascia godere dei tuoi successi
Se ti riconosci in queste dinamiche e senti che l'autocritica ti impedisce spesso di riconoscere il tuo valore e di vivere con soddisfazione i risultati che raggiungi, possiamo esplorare insieme questi meccanismi e il modo in cui si sono sviluppati.
Ricevo nel mio studio in zona Solari a Milano e online. Puoi scrivermi per un primo colloquio conoscitivo.



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