Autocritica e ansia: perché sei così dura con te stessa/o e come iniziare a smettere
- margheritahassan
- 15 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Molte persone che iniziano un percorso psicologico raccontano una sensazione ricorrente: essere molto più dure con sé stesse che con chiunque altro.
Questa modalità interna, chiamata spesso autocritica, può sembrare un modo per migliorarsi o per “non sbagliare”, ma nel tempo diventa uno dei principali fattori che alimentano ansia, stress e insoddisfazione.
Cos’è l’autocritica
L’autocritica è una modalità di dialogo interno in cui la persona tende a:
sottolineare gli errori più dei successi
svalutare i propri risultati
imporre standard molto elevati
sentirsi “mai abbastanza”
In piccole dosi può aiutare a crescere, ma quando diventa rigida e costante, può trasformarsi in una fonte di sofferenza psicologica.
Molte persone descrivono il proprio dialogo interno come se avessero una presenza costante che commenta tutto:
“potevi fare meglio”
“non è sufficiente”
“gli altri sono più capaci”
“hai sbagliato ancora”
Questa modalità, nel tempo, non motiva. Al contrario, tende a generare ansia, blocco e insoddisfazione costante.
Il legame tra autocritica e ansia
Spesso autocritica e ansia non sono due problemi separati, ma due aspetti dello stesso funzionamento interno.
Quando la mente è costantemente focalizzata sull’errore o sul giudizio, si attiva un senso continuo di allerta:
paura di sbagliare
bisogno di controllo
tensione costante
difficoltà a rilassarsi
Alcune persone lo descrivono così:
“ho sempre la sensazione di dover dimostrare qualcosa”
“non riesco mai a rilassarmi davvero”
“anche quando va bene, penso a cosa poteva andare meglio”
Nel tempo si crea un circolo vizioso:
più mi critico → più aumento la tensione → più temo di sbagliare → più mi sento inadeguata/o → più aumento il controllo → più aumenta l’ansia
Perché si sviluppa l’autocritica
Spesso l’autocritica non nasce “dal nulla”, ma da esperienze ripetute nel tempo:
aspettative elevate durante la crescita
ambienti molto valutativi o competitivi
esperienze di giudizio o confronto
paura di deludere gli altri
Queste esperienze possono portare a interiorizzare un “critico interno” molto attivo.
L’autocritica non è un tratto “di personalità” immutabile.
Spesso è una strategia appresa nel tempo, che in passato può anche essere stata utile:
per ottenere approvazione
per evitare giudizi negativi
per sentirsi più “adeguati” in contesti molto esigenti
Il problema è che, da adulti, questa strategia tende a diventare troppo rigida e costante.

Come ci lavoro in terapia
Nel lavoro psicologico, non si tratta di “eliminare la parte critica”, ma di trasformare il modo in cui la persona si relaziona con se stessa.
Utilizzando la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) e la Compassion Focused Therapy (CFT) aiuto a:
riconoscere i pensieri autocritici e quando si attivano
distinguere il pensiero dalla realtà (“sto avendo il pensiero che…”)
ridurre la fusione con il giudizio interno
sviluppare un dialogo più equilibrato
costruire un atteggiamento più compassionevole verso di sé
Un punto centrale, spesso, è proprio questo: iniziare a trattarsi con lo stesso livello di comprensione che si riserverebbe a una persona importante.
Non si tratta di “diventare meno esigenti” o di “accontentarsi”.
Si tratta piuttosto di uscire da una modalità in cui il valore personale dipende continuamente dalla prestazione.
Quando questo cambia, spesso cambia anche il modo in cui la persona vive:
il lavoro
le relazioni
e il rapporto con se stessa
L’autocritica non è un difetto personale, ma una modalità appresa che può diventare molto rigida.
Quando si trasforma in una voce costante di svalutazione, può alimentare ansia e insicurezza, ma è anche qualcosa su cui è possibile lavorare in modo concreto in terapia.
Possiamo affrontarlo insieme, nel mio studio a Milano in zona Solari o online



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